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Vivere vuol dire emozionarsi!

di Claudia Maria Ricci.

Emozione dal latino emovere cioè muovere fuori, smuovere.
L’emozione è qualcosa che fa spostare qualcosa dentro di noi da cui urge il bisogno di tirare fuori, mostrare ciò che si prova.
Niente di più vero!
Non far fluire le emozioni ma reprimerle è dannoso per la nostra salute, lo sappiamo per esperienza non solo perché lo dicono i medici.
Vediamo allora i collegamenti fra emozioni primarie ed organi.

Fegato – Rabbia.
Cominciamo dalla rabbia; forse l’emozione più comune e celata in questi tempi dove si indossa continuamnente maschere sorridenti quando dentro ci arrovelliamo di rabbia appunto!
La rabbia è collegata al fegato di cui è l’emozione ombra, insieme al rancore, invidia e frustrazione.
Il fegato questo grande attore che sintetizza le proteine e produce e accumula energia, simbolicamente trasforma la materia in energia ed è di fatto un grande laboratorio chimico.
Un suo squilibrio indica lo scompenso fra che ciò che entra e la capacità di elaborarlo, quindi una disfunzione al fegato mostra una mancanza di accettazione e di responsabilità nell’accettazione e realizzazione della propria natura.

Polmoni – tristezza.
La  funzione dei polmoni è quella di permettere la respirazione, e far entrare e uscire l’aria, che è la vita stessa.
Respirare a pieni polmoni significa accogliere l’energia della vita senza timore, senza paura, perché i nostri polmoni siano sani dobbiamo vivere intensamente e con coraggio la nostra vita, lo squilibrio della energia polmonare porta infatti tristezza, debolezza, depressione e solitudine.

Reni – paura
I reni servono per l’eliminazione delle scorie dell’organismo e alla sua depurazione, é come se fossero un piccolo mare che filtra il sangue tramite correnti interne, quindi una culla ancestrale dove forte è il concetto di protezione e tenerezza.
Ed è proprio dalla mancanza di consapevolezza della propria capacità di proteggersi e difendersi dalle aggressioni che nasce la paura.
La paura nasce da tutto ciò che non conosciamo e si vince solo attraverso l’esperienza.

Milza – ansia
La milza rappresenta il motore dell’energia che assumiamo attraverso l’alimentazione ed è strettamente collegata allo stomaco. Il nutrimento emozionale negativo per questo organo sono proprio le preoccupazioni e le rimuginazioni che la persona produce nell’immaginarsi nel futuro e da qui scaturisce l’ansia.

Intestino – sensi di colpa
Assorbimento del cibo ed espulsione delle scorie questa la funzione fisiologica mentre simbolicamente indica il saper discernere fra il bene ed il male.
L’intestino è il nostro tunnel interiore, luogo di passaggio e rappresenta la capacità di vivere con amore e consapevolezza, il saper lasciare andare ciò che non serve più senza attaccamento.
Niente di più dannoso quindi il vivere di ricordi o serbare rancore per il passato perché ciò equivale a dire al nostro organismo di trattenere e custodire tutti i prodotti di scarto e riempirci di tossine e veleni.
Questo sia sul piano prettamente fisico che emotivo, quindi via sensi di colpa, controllo e attaccamento per far posto a generosità e capacità di lasciar andare il controllo stesso.

Ciò che ci accade fuori è sempre in rispondenza al sentito interno , le emozioni ce lo mostrano, muovono fuori il nostro sentire profondo, quindi non solo sono preziose ma sono l’unico modo per leggersi ed ascoltarsi.
Lasciarle fluire non vuol certo dire reprimerle ma gestirle in modo naturale imparando ciò che c’è da imparare ed aggiustando ciò che c’è da aggiustare per vivere una vita dove le emozioni come gioia, allegria e leggerezza la facciano da padroni!
Mi emoziono e quindi sono vivo: evviva!

Attraversare la soglia

di Claudia Ricci

Ho sempre pensato, e la pratica con le persone nel mio lavoro di coach me lo conferma, che nella vita di ognuno di noi ci siano momenti magici, ovvero davvero importanti per la nostra crescita ed evoluzione spirituale; questi momenti non sono mai, purtroppo, considerati buoni, anzi sono quelli in cui non ne va una dritta e tutto sembra complottare contro di noi: si perde il lavoro, in casa è un inferno, magari ti molla pure il marito insomma un vero incubo!

E invece lì, proprio lì c’è l’occasione per trasformare la propria storia!

Magari è una fortuna aver rotto con quel partner o aver perso quel lavoro, perché non ci corrispondevano più, ci bloccavano in una situazione stagnante di triste stanchezza.

Ma, lo sappiamo, uscire dal conosciuto per buttarsi in mare aperto fa paura e allora meglio rimanere nella solita pozzanghera e sguazzare infelici.

Quello che intendo dire è che spesso nei momenti più difficili si riesce a fare ciò che normalmente non si fa, cioè cambiare profondamente la nostra vita.

Queste io le chiamo sveglie, e più si fa orecchi da mercante, più suoneranno forti, cioè saranno ancora più complicate le situazioni che dovremo affrontare.

Sono convinta di ciò anche per esperienza personale, già perché chiunque si occupi di relazione d’aiuto è prima di tutto una persona con i propri conflitti e problematiche, diciamo che magari ci ha lavorato sodo e non entra più in risonanza, o non dovrebbe entrarvi, con le persone che gli si rivolgono per migliorare la loro vita.

Quindi cosa si può fare in questi momenti?

Attraversare la soglia e affidarsi, avere fiducia nel nuovo ed affrontarlo con tutta la preparazione del caso, affrontarlo, magari facendosi aiutare se ce n’è bisogno, l’importante è andare avanti.

Solo così potremo un giorno dire a noi stessi: “ce l’ho fatta e alla fine non era cosi difficile come pensavo!”

Solo così potremo dare ai nostri figli quell’esempio che conta più di mille parole, nutriremo in noi autostima e pensieri positivi che a loro volta ci consentiranno di fare altre esperienze positive.

Interrompiamo quei circuiti emozionali e di convinzioni depotenzianti che ci hanno condizionati finora.

Tutto questo viene chiamato in modi diversi: karma, destino, condizionamenti familiari etc etc ma alla fine ciò che conta è il senso della propria vita e quello lo si cambia solo agendo in modo diverso dal passato.

Le occasioni per attraversare la soglia quindi sono preziose perchè non sono altro che spinte verso la direzione giusta per noi, magari non quella costruita per anni dalla nostra mente ma quella autentica della nostra anima!

La dipendenza affettiva, questa sconosciuta

di Claudia Ricci

A quanti di voi è capitato di non riuscire a chiudere una relazione anche se vi rendete conto di quanto sia tossica?
A molti immagino, infatti molti sono coloro che soffrono di dipendenza affettiva.
Ma cosa vuol dire essere dipendenti affettivamente dal proprio partner?
Di solito le donne sono le più colpite da questa “sindrome” e sono donne apparentemente forti che hanno un passato di bambine non accolte e sostenute dal padre, bambine che pur di farsi accettare e amare da lui avrebbero fatto carte false anche nascondere la loro femminilità o esasperarla a seconda dei desideri paterni.
Tutto ciò viene ripetuto anche con gli altri uomini di riferimento e pur di sentirsi amate accettano molto, troppo, diventando dipendenti da una carezza e da un amore altamente condizionato e condizionante.
Tutto ciò agisce a livello inconscio e mentalmente ci si rende conto solo di non riuscire a tagliare o peggio ancora se ne parla continuamente magari con amici e parenti ma quando si è sul punto di dire basta qualcosa ci blocca, un peso al cuore ci ferma nell’azione.
La paura ha il sopravvento, la paura di cosa?
Di non farcela da sola, di rimanere sola, di essere egoista, di fare un errore irreparabile… e queste sono le vere ragioni per cui ci si blocca ed è da li che si potrebbe risolvere il problema andando a rincuorare quella bimba e risvegliando tutte le risorse di cui necessita.
Ogni storia è diversa per mille ragioni e le sfumature di dipendenza affettiva sono infinite ma alla base c’è sempre una profonda insicurezza e non accettazione di sé stessi
Ma non solo le donne hanno problemi di dipendenza affettiva, anche gli uomini hanno simili attaccamenti e a volte li fronteggiano in maniera violenta se questo è stato il modo in cui hanno visto comportarsi il padre.
Difficilmente si sente parlare di violenza fisica da parte di una donna su un uomo e troppo frequentemente invece si sente di uomini che, non accettando una separazione, addirittura uccidono la loro compagna.
Senza addentrarsi in giudizi di sorta, certamente la dipendenza affettiva genera sofferenza e frustrazione e un ulteriore allontanamento da sé stessi che alla fine è la cosa più grave di tutte.
La buona notizia è che se ne può uscire con volontà e lavorando proprio per irrobustire quella autostima così fortemente lesa in famiglia d’origine, come diceva il padre della PNL Richard Baldler: ”non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice” e aggiungo io non è mai troppo tardi per diventare la miglior versione possibile di sé stessi, ovviamente senza essere dipendenti affettivamente da nessuno.