Vivere vuol dire emozionarsi!

di Claudia Ricci

Emozione dal latino emovere cioè muovere fuori, smuovere.
L’emozione è qualcosa che fa spostare qualcosa dentro di noi da cui urge il bisogno di tirare fuori, mostrare ciò che si prova.
Niente di più vero!
Non far fluire le emozioni ma reprimerle è dannoso per la nostra salute, lo sappiamo per esperienza non solo perché lo dicono i medici.
Vediamo allora i collegamenti fra emozioni primarie ed organi.

Fegato – Rabbia
Cominciamo dalla rabbia; forse l’emozione più comune e celata in questi tempi dove si indossa continuamnente maschere sorridenti quando dentro ci arrovelliamo di rabbia appunto!
La rabbia è collegata al fegato di cui è l’emozione ombra, insieme al rancore, invidia e frustrazione.
Il fegato questo grande attore che sintetizza le proteine e produce e accumula energia, simbolicamente trasforma la materia in energia ed è di fatto un grande laboratorio chimico.
Un suo squilibrio indica lo scompenso fra che ciò che entra e la capacità di elaborarlo, quindi una disfunzione al fegato mostra una mancanza di accettazione e di responsabilità nell’accettazione e realizzazione della propria natura.

Polmoni – tristezza.
La  funzione dei polmoni è quella di permettere la respirazione, e far entrare e uscire l’aria, che è la vita stessa.
Respirare a pieni polmoni significa accogliere l’energia della vita senza timore, senza paura, perché i nostri polmoni siano sani dobbiamo vivere intensamente e con coraggio la nostra vita, lo squilibrio della energia polmonare porta infatti tristezza, debolezza, depressione e solitudine.

Reni – paura
I reni servono per l’eliminazione delle scorie dell’organismo e alla sua depurazione, é come se fossero un piccolo mare che filtra il sangue tramite correnti interne, quindi una culla ancestrale dove forte è il concetto di protezione e tenerezza.
Ed è proprio dalla mancanza di consapevolezza della propria capacità di proteggersi e difendersi dalle aggressioni che nasce la paura.
La paura nasce da tutto ciò che non conosciamo e si vince solo attraverso l’esperienza.

Milza – ansia
La milza rappresenta il motore dell’energia che assumiamo attraverso l’alimentazione ed è strettamente collegata allo stomaco. Il nutrimento emozionale negativo per questo organo sono proprio le preoccupazioni e le rimuginazioni che la persona produce nell’immaginarsi nel futuro e da qui scaturisce l’ansia.

Intestino – sensi di colpa
Assorbimento del cibo ed espulsione delle scorie questa la funzione fisiologica mentre simbolicamente indica il saper discernere fra il bene ed il male.
L’intestino è il nostro tunnel interiore, luogo di passaggio e rappresenta la capacità di vivere con amore e consapevolezza, il saper lasciare andare ciò che non serve più senza attaccamento.
Niente di più dannoso quindi il vivere di ricordi o serbare rancore per il passato perché ciò equivale a dire al nostro organismo di trattenere e custodire tutti i prodotti di scarto e riempirci di tossine e veleni.
Questo sia sul piano prettamente fisico che emotivo, quindi via sensi di colpa, controllo e attaccamento per far posto a generosità e capacità di lasciar andare il controllo stesso.

Ciò che ci accade fuori è sempre in rispondenza al sentito interno , le emozioni ce lo mostrano, muovono fuori il nostro sentire profondo, quindi non solo sono preziose ma sono l’unico modo per leggersi ed ascoltarsi.
Lasciarle fluire non vuol certo dire reprimerle ma gestirle in modo naturale imparando ciò che c’è da imparare ed aggiustando ciò che c’è da aggiustare per vivere una vita dove le emozioni come gioia, allegria e leggerezza la facciano da padroni!
Mi emoziono e quindi sono vivo: evviva!

I miei reali bisogni

di Claudia Ricci

Di cosa hai bisogno realmente?

Sembrerà una domanda banale ma non lo è, soprattutto in funzione dell’ultima parola della frase: realmente cioè cosa davvero ti necessita per essere te stesso? per realizzarti come persona? in ultima analisi per essere felice, eliminando quelle sovrastrutture mentali che fanno apparire come bisogno possedere il nuovo modello di macchina o indossare un abito di moda?
Ci sono delle domande che aiutano ad individuare i reali bisogni di una persona, escludendo quelli primari ovviamente.
Accertato che mangiamo a sufficienza, dormiamo in un luogo sicuro e siamo protetti da un clan o famiglia che la si voglia definire, andiamo allora a vedere cosa ancora ci manca per sentirci realizzati e contenti di vivere la nostra vita, magari aggiustando il tiro quà e là.
Dopo aver soddisfatto i bisogni primari ci sono esigenze riguardo la considerazione di sé e il senso di autostima, quindi possiamo chiederci “quanto ho fiducia in me stesso?” oppure chiederci “quanto mi sento in grado di affrontare il mondo?”.
Queste sono questioni importanti: avere un robusto senso di valore di sé stessi è fondamentale per porsi degli obiettivi, per raggiungerli oppure non raggiungerli senza demoralizzarsi per questo ma operare quegli aggiustamenti necessari per ridefinire la strategia o l’obbiettivo stesso.
Ma quanti di noi sono in grado di dirsi “io valgo”, “eccome se valgo”?
Qualche tempo fa una una nota marca di prodotti cosmetici adottava, nella sua pubblicità, lo slogan “io valgo” e lo faceva declamare alla bella fanciulla di turno, in quel caso il valore era connesso alla bellezza fisica ma era comunque bello sentirlo dire.
Sì, perché non si insegnano queste cose nelle scuole, dove anzi spesso si mette in relazione il valore con la performance, se prendi un bel voto vali, altrimenti sei nulla!
L’autostima questa sconosciuta, oserei dire, è poi ulteriormente basata su quelli che si definiscono il giudice interno e il suo collega esterno, ovvero quello che ci si dice dentro e l’opinione degli altri che ci arriva dall’esterno.
A seconda di chi facciamo prevalere possiamo avere comportamenti molto diversi.
Per quanto mi riguarda, io devo essere d’accordo con me stessa prima che con gli altri e quindi ha la meglio il giudice interno ma per molte altre persone l’opinione degli altri, genitori, amici e altri, è importantissima e questo li fa essere alla loro mercè.
Una volta sistemata la problematica del valore di sé stessi da cui dipende quanto posso essere felice, in campo sentimentale, economico, lavorativo e in tutti i settori della vita, rimane un ultimo bisogno che spesso si indica in fondo ma che probabilmente potrebbe essere il primo in assoluto: il bisogno spirituale, il bisogno di riconnessione e di appartenenza vibratoria a qualcosa di trascendente.
Dalla notte dei tempi l’uomo ha avuto questa necessità, anche chi si proclama totalmente ateo, in effetti non fa che confermarla e badate non sto parlando di far parte di un credo ma il riconoscersi dentro una parte spirituale che esiste a prescindere da qualsiasi condizione e che si risveglia al momento opportuno per darci le direttive dell’anima.
L’anima non è cattolica o protestante, mussulmana o animista, l’anima è.

Quindi tornando alla domanda iniziale: quali sono i vostri reali bisogni?
Provate a chiedervi queste poche domande per individuarli:
Cosa o chi mi fa star bene fisicamente e alla cui vicinanza il mio corpo esulta?
Chi o cosa al contrario mi fa perdere energia e alla cui presenza mi sento stanco, svuotato, innervosito, demotivato?
Ciò che sto per fare è in linea con i miei principi e con la mia etica?
Quando ci penso mi sento bene?
Mi viene da sorridere?
Se penso a me stesso fra 3 o 5 anni, nel futuro, sarò contento della scelta, o non scelta, che sto facendo?
Questo oggetto mi è davvero utile o mi serve per riempire un buco emozionale interno, per compensare la frustrazione, la tristezza o la sfiducia?
In poche parole è sempre bene riflettere e cercare di mettersi in ascolto del proprio corpo e delle proprie reazioni fisiologiche poiché esse non mentono mai e proiettarsi in avanti nel tempo per valutare le reali conseguenze di ciò che stiamo decidendo adesso.
A volte, infatti, ciò che sembra un bisogno indispensabile, è solo una distorsione mentale o ciò che gli altri si aspettano da noi, ed è saggio non disperdere energia in bisogni non nostri.
Bene, come dice il saggio, a chi ha fame dagli del cibo ma soprattutto insegnagli a pescare!
Buon lavoro!

Quando all’improvviso tutto cambia

di Claudia Ricci

Non so se capita anche a voi ma a me è successo spesso: dopo un periodo anche molto lungo in cui non si muove foglia, almeno in apparenza, in cui mi sembra di trascinarmi in un ripetersi di faccende e situazioni che mi stanno strette e che a malapena tollero, improvvisamente, da un giorno all’altro scatta qualcosa.
Non finisco mai di stupirmi di come poi tutto vada veloce, si allinei a quel clik interno.
Eppure tutto era fermo!
Le cose non si incastravano come volevo, anzi non si incastravano proprio!
E allora cosa succede in questa calma apparente?

Come coach sono abituata a vedere molto bene negli altri i sintomi del cambiamento che poi si manifesta in un batter d’ali.
Quante volte lo faccio notare a chi viene a fare un percorso di crescita personale con me!
Ma sappiamo bene che quando si tratta di noi stessi è ben altra cosa.

Personalmente faccio molte cose su di me, come lavoro interiore intendo, e le faccio con altri operatori perché da sola non posso avere quel distacco e quella lucidità necessari per dribblare i sabotaggi e le resistenze che si attivano quando desidero compiere un passo verso il nuovo anzi il nuovissimo.
Perché scatta tutto insieme?
Perché di solito nei cambiamenti importanti, anche se dentro si muove tanto. fuori sembra tutto silente?
Perchè poi, come se si fosse accumulata una enorme energia, c’è uno sblocco istantaneo, una eruzione improvvisa in un vulcano che sembrava morto da secoli?

Le spiegazioni possono essere molteplici ma quella che mi convince di più si rifà proprio a come funzioniamo noi esseri umani.
Il nostro cervello lavora per immagini a cui abbiniamo emozioni e poi pensieri e credenze, e di nuovo immagini, emozioni, pensieri.
In questo modo ciascuno di noi, durante la sua vita, mette in funzione milioni di circuiti neuronali specifici che lo rendono quel che è in fatto di comportamento, di carattere e quindi di persona.
Talvolta questi percorsi neuronali non sono molto funzionali e allora ci impegniamo per cambiarli: corsi, seminari, sessioni di tecniche varie, meditazione etc, etc.
Allora qualcosa dentro cambia e ne abbiamo quasi la sensazione fisica ma di fatto nulla cambia esternamente; continuiamo ad essere gli stessi, ad avere gli stessi comportamenti, a prendere le stesse decisioni, ad avere le stesse percezioni di noi e del mondo e a volte ci sentiamo pure frustrati per questo, vero?
Questo accade perchè dentro di noi si sta creando un allineamento profondo di tutte le nostre parti e finché tutti i nostri “pezzi” non sono d’accordo, non ci può essere un vero cambio di rotta, una decisione finora rimandata, un’azione coraggiosa fino a quel momento soltanto fantasticato.

Michael Hall, il padre della Neurosemantica, parla di Meta Stati, le neuroscienze lo confermano e qualsiasi adolescente innamorato lo può provare: noi ci facciamo continuamente dei film!
Beh la notizia è che quando i nostri film cambiano, perchè i nostri percorsi neuronali sono diversi, noi possiamo operare il cambiamento e allora è un tripudio di novità anche fuori di noi!!!
Perciò non scoraggiatevi mai perché spesso la mente scalpita perché vorrebbe tutto subito, ma il processo è iniziato e quindi non arrendetevi e ricordate che di solito è l’ultima chiave del mazzo che apre la porta!

Essere o avere

di Claudia Ricci

Essere o Avere?
Questo è il problema!

Cito scherzosamente il grande Shakespeare per porre l’attenzione su come nella mente dei più esista questa dicotomia, ovvero se si ha molto si è poveri di spirito e viceversa.
Quasi si ha l’impressione che le due cose non siano proprio conciliabili, perché mi domando?
Cosa c’è di male ad avere molte possibilità economiche e insieme essere consapevoli e di spessore etico e morale?
Potremmo parlarne per ore, sicuramente l’imprinting cattolico ha la sua parte di responsabilità ma è anche vero che il denaro di per se non è buono o cattivo, il denaro è un flusso energetico e può essere usato per fare grandi cose anche dal punto di vista umano o semplicemente sprecato nell’acquisto dell’ennesimo gioiello o auto di lusso.
Il denaro è energia quindi e se non lo si ha o non è abbastanza non serve a nulla imprecare contro il mondo, la crisi e la sfortuna, se non si riesce a trattenere denaro nelle nostre tasche dipende solo da come siamo sintonizzati nei confronti di esso.
E’ molto significativo vedere con i proprio occhi che rapporto energetico si ha con i soldi veri, i bigliettoni per intenderci.
Come si fa? Basta auto-testarsi o meglio ancora farsi testare kinesiologicamente tenendo in mano dei soldi appunto.
Se il test risulta forte a 5, 10, 20, 50 euro non c’è male ma vediamo cosa succede con una banconota da 500 euro? Che strano le dita sono diventate di burro non riescono a tenere la presa!
Se accade questo, e può accadere anche con banconote di taglio molto più piccolo ahimè(!), vuol dire che la mente inconscia per qualche sua ragione non ritiene buono, sicuro o positivo ciò che avete in mano e farà di tutto per farvene stare alla larga!
Ma come, direte voi, io ce la metto tutta per guadagnare di più!!!
Tutto dipende da ciò che è fissato nel subconscio riguardo al possedere denaro in abbondanza, ai giudizi e alle emozioni che ciò vi fa scaturire.
La buona notizia è che si può cambiare tutto questo, la meno buona è che ci vuole volontà, perseveranza e decidere di intraprendere un percorso di crescita personale, lavoro sulle proprie matrici, coaching, quel che volete ma seriamente.
Il primo passo è quello che scatta dentro quando decidete di risolvere, la decisione è già un cambio vibrazionale riguardo al problema o sfida che si voglia chiamare.
Quindi, a questo punto, vi chiedo voi cosa avete deciso?
Vi assumete la responsabilità della vostra vita o date la colpa agli altri, al governo, all’Italia, al mondo?
Non è facile andare controcorrente, contro gli schemi dell’uomo medio, perché tutto rema contro ma, che io sappia, è l’unica maniera per trovare se stessi e ripulirsi da ciò che non è funzionale per la nostra felicità.
Una felicità che deve essere ora, in questa vita e non rinviata alla prossima o all’oltretomba.
Non c’è alcun male nel voler essere felici, non è un atto di egoismo ma semplicemente una legittima e naturale aspirazione dell’essere umano.
Aggiungo anche che non dipende dai soldi, dal successo o dai risultati raggiunti ma è uno stato di completezza dell’essere che aiuta nell’affrontare anche grandi sfide e disagi.
Siamo corpo, mente, emozioni, psiche, inconscio e chissà quanta altra roba e mettere tutti i livelli d’accordo non è sempre facile ma vale davvero la pena provarci.
In tutto questo il piano materiale, o involucro come lo chiamo io, non solo è immanente ma sostanziale, perciò dobbiamo averne cura!
Curiamo il nostro corpo, di quello ne abbiamo davvero uno solo!
Le nostre relazioni e la nostra capacità di creare abbondanza!
Abbondanza che come un fiume inonderà tutti gli aspetti della nostra vita, anche quello economico, e allora potremo finalmente “Avere ed Essere” nello stesso momento!

Io ci credo

di Claudia Ricci

Io, nonostante tutto ci credo!

Si è così!
Direte che sono una idealista, una visionaria, una pazza, ma so che io credo nell’uomo e nella sua capacità di evolvere e di amare.
E allora tutte le brutture, la corruzione, l’odio, le guerre, le uccisioni, la tortura?
Ci sono sempre state, direte voi e avete ragione; la parte oscura dell’umanità spesso prende il sopravvento sul cuore e la consapevolezza che tutti siamo uno solo.
Ma in questo periodo storico-sociale in cui viviamo, una fase medioevale oserei dire, è necessario più che mai credere ed agire per il bene e con la fiducia di cambiare lo stato delle cose.
Il buio è solo mancanza di luce così come l’odio può essere spento dall’amore e l’accettazione.
Quindi ci vuole coraggio, perché significa andare controcorrente, non farsi ingannare dalla manipolazione mediatica a tutti i livelli e procedere con una strategia e con volontà nella direzione della luce e della centralità dell’uomo nel mondo, dei suoi bisogni primari ma anche di quelli sottili e spirituali.
Se lasciamo parlare il cuore, le barriere si abbattono e si crea empatia, non importa usare la stessa lingua basta guardarsi negli occhi per qualche minuto e verremo inondati dal calore dell’energia di chi ci stà davanti, un uomo o una donna esattamente come noi.
Non hanno importanza i titoli, i ceti, il colore della pelle, la lingua parlata: siamo tutti esseri umani con le stesse capacità e potenzialità ma, c’è un ma sostanziale: ci vuole energia e coraggio per cambiare, ci vuole fede nel divenire e capacità di non accontentarsi.
Ma soprattutto bisogna essere ribelli!
I ribelli sono tutti coloro che non stanno dentro ai ruoli e ai comportamenti prestabiliti.
Possono essere artisti, scrittori, avventurieri, visionari o veggenti, abituati a mettere alla prova i limiti: sfidano i valori culturali comuni alla ricerca della Verità.
Essi sono individui impegnati in una intensa auto esplorazione.
Nati in un mondo senza prospettive, dove gli altri si fanno semplicemente trasportare dalla corrente, essi creano il proprio sistema di regole e le vivono, malgrado ciò che sta loro intorno. In una società dove l’uomo medio è un conformista che accetta le miserie e i disastri con lo stoicismo di una mucca che vede un treno sfrecciare al limitare del proprio campo, i ribelli combattono senza arrendersi.
Il ribelle non solo deve farsi accettare, ma deve riuscire ad avere successo, perché solo in questo modo egli può aiutare la società e la razza umana ad evolvere. La sua mente ha lo stesso potere delle sue mani, non quello di afferrare il mondo, ma quello di cambiarlo.

Quindi ditemi pure che sono una ribelle, è un onore esserlo!

Come de-stressarsi e vivere felici

di Claudia Ricci

Lo stress, maledetto stress!
Tutti ne parlano, tutti si portano addosso come un cappotto pesante questo invisibile nemico che attanaglia le nostre vite.
Spesso si tratta di vite frenetiche, senza un attimo di pausa, che giorno dopo giorno si snodano in modo sempre uguale ma che creano dipendenza e sicurezza.
Fino al momento in cui si va in burn out, un tempo si parlava di esaurimento nervoso, arriva infatti un momento in cui il nostro intero sistema mente – corpo non ne può più e si blocca.
Una serie di sintomi vari ci colpisce: insonnia, ansia, astenia oppure fame nervosa, tachicardia, stanchezza più o meno cronica, attacchi di panico.

Gli altri ci dicono di fermarsi, di riposare e di calmare il ritmo frenetico ma come facciamo… ci sembra impossibile!
Allora ci gettiamo a capofitto su vari integratori o veri e propri farmaci che promettono di risolvere il nostro problema, oppure ricorriamo ad auto-ipnosi, corsi di respiro etc etc.

Il punto è che il nostro corpo e la nostra mente non sono fatti per essere sempre all’erta, per girare sempre al massimo, nel mondo animale infatti non esiste lo stress come lo intendiamo noi.
Possono esserci momenti anche di grande pericolo che vengono gestiti nelle modalità lotta o fuga, in cui tutti gli ormoni atti a far fronte alla situazione, cortisolo, adrenalina etc, vengono smaltiti, ma poi tutto passa e si torna a ritmi naturali, in cui, diciamo, ci possiamo rilassare.

Badate bene che questo accade non solo a livello generale ma anche a livello della singola cellula.
Infatti, quando siamo stressati, lo sono anche tutte le nostre cellule, si tratta di una risposta sistemica, di tutti i nostri organi e di tutte le nostre cellule, ad una iperstimolazione non prevista in natura.

E allora come possiamo fare?
Il problema è culturale, come possiamo fare per risolverlo?
Per rallentare bisogna permettersi di farlo, trovare perciò delle soluzioni alternative di gestione del tempo e accedere a parti di noi meno conosciute che possono aiutarci a trovare una soluzione.

Una possibilità interessante che sta trovando importanti consensi è quella delle Matrici del Tempo.
Si tratta di fare un’esperienza in sessione singola o di gruppo in cui è possibile riconnettersi in modo semplice a quelle parti intuitive e creative di noi che ci aiuteranno a rilasciare lo stress e forse a cambiare vita.
Nel camminare attraverso le spirali della propria linea del tempo, dal passato al presente e poi al futuro, si ha un immediato senso di pace e di rilassatezza in cui è possibile liberarci di quei condizionamenti che ci hanno condotto nel disagio in cui ci troviamo immersi.

Un metodo che unisce passato e futuro, che si ispira al camminare i Labirinti dalle antiche memorie e alle nuove frontiere della fisica quantistica, utilizzando le varie dimensioni spazio-temporali o semplicemente creando un riorientamento della vostra stessa bio-energia per riparare i guasti e rimettere a tacere quegli agenti stressori che stanno rovinando la vostra vita.

Qualunque sia la spiegazione, restano i risultati che rimangono nel tempo e i cambiamenti che coloro che hanno fatto un lavoro con le Matrici del Tempo, sono riusciti ad ottenere nella loro quotidianità che gli hanno permesso di essere più felici.

Attraversare la soglia

di Claudia Ricci

Ho sempre pensato, e la pratica con le persone nel mio lavoro di coach me lo conferma, che nella vita di ognuno di noi ci siano momenti magici, ovvero davvero importanti per la nostra crescita ed evoluzione spirituale; questi momenti non sono mai, purtroppo, considerati buoni, anzi sono quelli in cui non ne va una dritta e tutto sembra complottare contro di noi: si perde il lavoro, in casa è un inferno, magari ti molla pure il marito insomma un vero incubo!

E invece lì, proprio lì c’è l’occasione per trasformare la propria storia!

Magari è una fortuna aver rotto con quel partner o aver perso quel lavoro, perché non ci corrispondevano più, ci bloccavano in una situazione stagnante di triste stanchezza.

Ma, lo sappiamo, uscire dal conosciuto per buttarsi in mare aperto fa paura e allora meglio rimanere nella solita pozzanghera e sguazzare infelici.

Quello che intendo dire è che spesso nei momenti più difficili si riesce a fare ciò che normalmente non si fa, cioè cambiare profondamente la nostra vita.

Queste io le chiamo sveglie, e più si fa orecchi da mercante, più suoneranno forti, cioè saranno ancora più complicate le situazioni che dovremo affrontare.

Sono convinta di ciò anche per esperienza personale, già perché chiunque si occupi di relazione d’aiuto è prima di tutto una persona con i propri conflitti e problematiche, diciamo che magari ci ha lavorato sodo e non entra più in risonanza, o non dovrebbe entrarvi, con le persone che gli si rivolgono per migliorare la loro vita.

Quindi cosa si può fare in questi momenti?

Attraversare la soglia e affidarsi, avere fiducia nel nuovo ed affrontarlo con tutta la preparazione del caso, affrontarlo, magari facendosi aiutare se ce n’è bisogno, l’importante è andare avanti.

Solo così potremo un giorno dire a noi stessi: “ce l’ho fatta e alla fine non era cosi difficile come pensavo!”

Solo così potremo dare ai nostri figli quell’esempio che conta più di mille parole, nutriremo in noi autostima e pensieri positivi che a loro volta ci consentiranno di fare altre esperienze positive.

Interrompiamo quei circuiti emozionali e di convinzioni depotenzianti che ci hanno condizionati finora.

Tutto questo viene chiamato in modi diversi: karma, destino, condizionamenti familiari etc etc ma alla fine ciò che conta è il senso della propria vita e quello lo si cambia solo agendo in modo diverso dal passato.

Le occasioni per attraversare la soglia quindi sono preziose perchè non sono altro che spinte verso la direzione giusta per noi, magari non quella costruita per anni dalla nostra mente ma quella autentica della nostra anima!

Quando il padre è assente

di Claudia Ricci

Tutti vorrebbero poter dire di avere un padre amorevole, un padre da cui si sono sentiti protetti e sostenuti da piccoli e da adulti ma non è frequente trovare uomini che sappiano essere un buon padre.
E per buon padre non si intende il padre da Mulino Bianco ma un uomo che ce la mette tutta per entrare come si suol dire nel ruolo.
Per la madre è sicuramente più facile, la natura ci ha programmato in questo senso, gli uomini entrano in ballo più tardi ma sono altrettanto fondamentali.
Eppure mi giungono tante problematiche da persone che hanno avuto un padre che c’era ma era come se non ci fosse.
Il movimento interrotto verso il padre, così lo chiama Gabriele Policardo; ed è effettivamente così: il bambino naturalmente ha bisogno di essere riconosciuto e accolto dai genitori, ciascuno per le sue peculiarità.
Se questo per qualche motivo non accade in modo sano ci saranno delle conseguenze nello sviluppo del bimbo stesso.
Anche essere maschio o femmina produce effetti diversi nell’interruzione di flusso d’amore col padre.
Se si ha un padre fragile con a sua volta un rapporto col suo genitore tossico, è difficile per un bambino maschio sviluppare una sana maschilità, si emula ciò che si vive, e si tende a diventare come il proprio padre, riproducendo un modello maschile insicuro, emotivamente non adulto.
Se si è una femmina e nostro padre non ci ha riconosciute, accolte e sostenute tenderemmo a riprodurre questo nella nostra vita scegliendo partner dello stesso tipo: quindi uomini non affidabili, a cui difficilmente ci si può appoggiare ma che vanno sostenuti e aiutati come fossero eterni bambini.
Lo squilibrio fra maschile e femminile genera solo altro squilibrio fino a che non si esce dal circolo vizioso e si prende la propria vita in mano.
Indipendentemente da tutto solo la rottura degli schemi di riferimento disfunzionali possono risolvere la questione, allora e solo allora sarà possibile ricostruire dentro di noi dei modelli sani e staccarci dall’ipnosi che ci conduce alla ripetizione infinita nella nostra vita stessa di quei paradigmi che non vogliamo più.
Secondo la mia esperienza non è sufficiente infatti la semplice osservazione delle dinamiche, seppur col dovuto distacco emotivo, è necessario riscrivere l’intera storia, solo allora saremo liberi, liberi di poterci esprimere, liberi dall’irretimento del nostro albero genealogico, liberi di vivere davvero la nostra vita.
Lo so bene perché io stessa sono stata una bambina con un padre dolorosamente assente!

La dipendenza affettiva, questa sconosciuta

di Claudia Ricci

A quanti di voi è capitato di non riuscire a chiudere una relazione anche se vi rendete conto di quanto sia tossica?
A molti immagino, infatti molti sono coloro che soffrono di dipendenza affettiva.
Ma cosa vuol dire essere dipendenti affettivamente dal proprio partner?
Di solito le donne sono le più colpite da questa “sindrome” e sono donne apparentemente forti che hanno un passato di bambine non accolte e sostenute dal padre, bambine che pur di farsi accettare e amare da lui avrebbero fatto carte false anche nascondere la loro femminilità o esasperarla a seconda dei desideri paterni.
Tutto ciò viene ripetuto anche con gli altri uomini di riferimento e pur di sentirsi amate accettano molto, troppo, diventando dipendenti da una carezza e da un amore altamente condizionato e condizionante.
Tutto ciò agisce a livello inconscio e mentalmente ci si rende conto solo di non riuscire a tagliare o peggio ancora se ne parla continuamente magari con amici e parenti ma quando si è sul punto di dire basta qualcosa ci blocca, un peso al cuore ci ferma nell’azione.
La paura ha il sopravvento, la paura di cosa?
Di non farcela da sola, di rimanere sola, di essere egoista, di fare un errore irreparabile… e queste sono le vere ragioni per cui ci si blocca ed è da li che si potrebbe risolvere il problema andando a rincuorare quella bimba e risvegliando tutte le risorse di cui necessita.
Ogni storia è diversa per mille ragioni e le sfumature di dipendenza affettiva sono infinite ma alla base c’è sempre una profonda insicurezza e non accettazione di sé stessi
Ma non solo le donne hanno problemi di dipendenza affettiva, anche gli uomini hanno simili attaccamenti e a volte li fronteggiano in maniera violenta se questo è stato il modo in cui hanno visto comportarsi il padre.
Difficilmente si sente parlare di violenza fisica da parte di una donna su un uomo e troppo frequentemente invece si sente di uomini che, non accettando una separazione, addirittura uccidono la loro compagna.
Senza addentrarsi in giudizi di sorta, certamente la dipendenza affettiva genera sofferenza e frustrazione e un ulteriore allontanamento da sé stessi che alla fine è la cosa più grave di tutte.
La buona notizia è che se ne può uscire con volontà e lavorando proprio per irrobustire quella autostima così fortemente lesa in famiglia d’origine, come diceva il padre della PNL Richard Baldler: ”non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice” e aggiungo io non è mai troppo tardi per diventare la miglior versione possibile di sé stessi, ovviamente senza essere dipendenti affettivamente da nessuno.