Quando il padre è assente

di Claudia Ricci

Tutti vorrebbero poter dire di avere un padre amorevole, un padre da cui si sono sentiti protetti e sostenuti da piccoli e da adulti ma non è frequente trovare uomini che sappiano essere un buon padre.
E per buon padre non si intende il padre da Mulino Bianco ma un uomo che ce la mette tutta per entrare come si suol dire nel ruolo.
Per la madre è sicuramente più facile, la natura ci ha programmato in questo senso, gli uomini entrano in ballo più tardi ma sono altrettanto fondamentali.
Eppure mi giungono tante problematiche da persone che hanno avuto un padre che c’era ma era come se non ci fosse.
Il movimento interrotto verso il padre, così lo chiama Gabriele Policardo; ed è effettivamente così: il bambino naturalmente ha bisogno di essere riconosciuto e accolto dai genitori, ciascuno per le sue peculiarità.
Se questo per qualche motivo non accade in modo sano ci saranno delle conseguenze nello sviluppo del bimbo stesso.
Anche essere maschio o femmina produce effetti diversi nell’interruzione di flusso d’amore col padre.
Se si ha un padre fragile con a sua volta un rapporto col suo genitore tossico, è difficile per un bambino maschio sviluppare una sana maschilità, si emula ciò che si vive, e si tende a diventare come il proprio padre, riproducendo un modello maschile insicuro, emotivamente non adulto.
Se si è una femmina e nostro padre non ci ha riconosciute, accolte e sostenute tenderemmo a riprodurre questo nella nostra vita scegliendo partner dello stesso tipo: quindi uomini non affidabili, a cui difficilmente ci si può appoggiare ma che vanno sostenuti e aiutati come fossero eterni bambini.
Lo squilibrio fra maschile e femminile genera solo altro squilibrio fino a che non si esce dal circolo vizioso e si prende la propria vita in mano.
Indipendentemente da tutto solo la rottura degli schemi di riferimento disfunzionali possono risolvere la questione, allora e solo allora sarà possibile ricostruire dentro di noi dei modelli sani e staccarci dall’ipnosi che ci conduce alla ripetizione infinita nella nostra vita stessa di quei paradigmi che non vogliamo più.
Secondo la mia esperienza non è sufficiente infatti la semplice osservazione delle dinamiche, seppur col dovuto distacco emotivo, è necessario riscrivere l’intera storia, solo allora saremo liberi, liberi di poterci esprimere, liberi dall’irretimento del nostro albero genealogico, liberi di vivere davvero la nostra vita.
Lo so bene perché io stessa sono stata una bambina con un padre dolorosamente assente!

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