Quello che non ti insegnano

di Daniele Belgrado

Qualunque sia la tua età hai la convinzione di avere imparato tante cose, molte delle quali dalla famiglia nei tuoi primi anni di vita.
Poi è arrivata la scuola con i suoi programmi, le varie materie e poi, per alcuni, l’università con le sue specializzazioni.
La tua formazione è stata magari arricchita da lettura di libri, visione di film e forse partecipazione a qualche corso professionale.
Questo è più o meno il percorso formativo di un italiano adulto.

Oggi voglio parlare di quello che di solito nessuno ti insegna, qualcosa che caratterizza la tua vita ma di cui sei costretto all’ignoranza, salvo un po’ di “fai da te”.
Sto parlando della gestione delle emozioni.
Esiste una sorta di analfabetismo emozionale perchè nessuna struttura ti insegna che cosa sono le emozioni e come si possono gestire nonostante queste siano uno degli elementi fondamentali della vita umana.

Le emozioni caratterizzano la nostra vita: tutte le nostre esperienze sono accompagnate da emozioni.
Tendiamo a desiderare emozioni “positive” e ad evitare emozioni “negative” secondo una classificazione spesso legata a sensazioni di piacere o di dolore.
Tendenzialmente è più forte la paura del dolore piuttosto che il desiderio del piacere e così la maggior parte delle persone passa gran parte del suo tempo a fuggire dal dolore anzichè alla ricerca del piacere.

Ci sono persone che vivono gran parte della loro vita ricordando emozioni legate a momenti spiacevoli della vita o preoccupando di cosa potrebbe accadere di spiacevole in futuro.
Ci sono persone che per evitare emozioni dolorose imparano a cancellarle, riescono a creare una corazza che li rende insensibili a questo genere di emozioni, diventano “forti”, “inscalfibili” ma purtroppo questa corazza, oltre a proteggerle dalle emozioni “negative” le rende insensibili anche alle emozioni “positive”.
Così vivono una vita apparentemente felice ma assolutamente insoddisfacente.
Magari non ne sono consapevoli ma il loro corpo ne è in qualche modo consapevole.
Le emozioni fanno parte dell’essere umano e cancellarle può creare dei danni anche fisici.
Magari per tanti anni sembra andare tutto bene ma poi c’è un giorno in cui il corpo manifesta segnali di cedimento, di stanchezza.

Avrai sentito dire che ci sono persone che “somatizzano”.
E’ vero, è così vero che posso assicurarti che tutti noi somatizziamo e che tutte le emozioni che abbiamo represso, abbiamo cercato di controllare, prima o poi presenteranno “il conto”.
Non riusciremo più a trattenere, a controllare e qualcosa accadrà.

Ecco che arrivano attacchi di panico o vere e proprie malattie che possono essere molto gravi.

Perchè chi si è occupato della nostra formazione non ci ha messo in guardia?
Perchè non ci hanno detto come si fa a gestire le emozioni?
I nostri genitori non sapevano come gestire le emozioni.
I nostri insegnanti di scuola e di università non si sono occupati della nostra formazione emozionale perchè non è prevista nei piani di studio e perchè probabilmente nemmeno loro sono preparati in questa materia così importante.

E’ probabile che qualcuno ci abbia insegnato a trattenere alcuni tipi di emozioni, ci hanno detto che non possiamo permetterci di piangere in pubblico, che non possiamo dare retta alle nostre emozioni perchè potrebbero procurarci del male.
Quando ero piccolo mi dicevano che non dovevo piangere perchè ero un maschietto e i maschietti non piangono.
Ci hanno detto che le persone emotive sono fragili, sono più deboli.

Molte persone esprimono emozioni quando vedono un film o un programma televisivo o un post su facebook ma non sono capaci di vivere in modo sano le proprie emozioni.

Fortunatamente è possibile avere una vita emozionale sana, cioè riconoscere le emozioni e viverle.
Le emozioni sono strumenti indispensabili per l’essere umano.
Pensate alla paura: la paura ci protegge da possibili pericoli: un tempo potevano essere gli animali feroci, oggi potrebbe essere il traffico automobilistico.
Ma la paura non è utile quando ci blocca e ci impedisce di fare cose molto semplici solo perchè temiamo il giudizio degli altri o di non essere all’altezza.

Se impariamo a gestire le emozioni possiamo vivere una vita di soddisfazioni e di gioia, costellata di successi personali.

La soluzione non è sopprimere le emozioni ma imparare a viverle dando loro il vero valore senza farsi travolgere e sconvolgere.

Attraversare la soglia

di Claudia Ricci

Ho sempre pensato, e la pratica con le persone nel mio lavoro di coach me lo conferma, che nella vita di ognuno di noi ci siano momenti magici, ovvero davvero importanti per la nostra crescita ed evoluzione spirituale; questi momenti non sono mai, purtroppo, considerati buoni, anzi sono quelli in cui non ne va una dritta e tutto sembra complottare contro di noi: si perde il lavoro, in casa è un inferno, magari ti molla pure il marito insomma un vero incubo!

E invece lì, proprio lì c’è l’occasione per trasformare la propria storia!

Magari è una fortuna aver rotto con quel partner o aver perso quel lavoro, perché non ci corrispondevano più, ci bloccavano in una situazione stagnante di triste stanchezza.

Ma, lo sappiamo, uscire dal conosciuto per buttarsi in mare aperto fa paura e allora meglio rimanere nella solita pozzanghera e sguazzare infelici.

Quello che intendo dire è che spesso nei momenti più difficili si riesce a fare ciò che normalmente non si fa, cioè cambiare profondamente la nostra vita.

Queste io le chiamo sveglie, e più si fa orecchi da mercante, più suoneranno forti, cioè saranno ancora più complicate le situazioni che dovremo affrontare.

Sono convinta di ciò anche per esperienza personale, già perché chiunque si occupi di relazione d’aiuto è prima di tutto una persona con i propri conflitti e problematiche, diciamo che magari ci ha lavorato sodo e non entra più in risonanza, o non dovrebbe entrarvi, con le persone che gli si rivolgono per migliorare la loro vita.

Quindi cosa si può fare in questi momenti?

Attraversare la soglia e affidarsi, avere fiducia nel nuovo ed affrontarlo con tutta la preparazione del caso, affrontarlo, magari facendosi aiutare se ce n’è bisogno, l’importante è andare avanti.

Solo così potremo un giorno dire a noi stessi: “ce l’ho fatta e alla fine non era cosi difficile come pensavo!”

Solo così potremo dare ai nostri figli quell’esempio che conta più di mille parole, nutriremo in noi autostima e pensieri positivi che a loro volta ci consentiranno di fare altre esperienze positive.

Interrompiamo quei circuiti emozionali e di convinzioni depotenzianti che ci hanno condizionati finora.

Tutto questo viene chiamato in modi diversi: karma, destino, condizionamenti familiari etc etc ma alla fine ciò che conta è il senso della propria vita e quello lo si cambia solo agendo in modo diverso dal passato.

Le occasioni per attraversare la soglia quindi sono preziose perchè non sono altro che spinte verso la direzione giusta per noi, magari non quella costruita per anni dalla nostra mente ma quella autentica della nostra anima!

Quando il padre è assente

di Claudia Ricci

Tutti vorrebbero poter dire di avere un padre amorevole, un padre da cui si sono sentiti protetti e sostenuti da piccoli e da adulti ma non è frequente trovare uomini che sappiano essere un buon padre.
E per buon padre non si intende il padre da Mulino Bianco ma un uomo che ce la mette tutta per entrare come si suol dire nel ruolo.
Per la madre è sicuramente più facile, la natura ci ha programmato in questo senso, gli uomini entrano in ballo più tardi ma sono altrettanto fondamentali.
Eppure mi giungono tante problematiche da persone che hanno avuto un padre che c’era ma era come se non ci fosse.
Il movimento interrotto verso il padre, così lo chiama Gabriele Policardo; ed è effettivamente così: il bambino naturalmente ha bisogno di essere riconosciuto e accolto dai genitori, ciascuno per le sue peculiarità.
Se questo per qualche motivo non accade in modo sano ci saranno delle conseguenze nello sviluppo del bimbo stesso.
Anche essere maschio o femmina produce effetti diversi nell’interruzione di flusso d’amore col padre.
Se si ha un padre fragile con a sua volta un rapporto col suo genitore tossico, è difficile per un bambino maschio sviluppare una sana maschilità, si emula ciò che si vive, e si tende a diventare come il proprio padre, riproducendo un modello maschile insicuro, emotivamente non adulto.
Se si è una femmina e nostro padre non ci ha riconosciute, accolte e sostenute tenderemmo a riprodurre questo nella nostra vita scegliendo partner dello stesso tipo: quindi uomini non affidabili, a cui difficilmente ci si può appoggiare ma che vanno sostenuti e aiutati come fossero eterni bambini.
Lo squilibrio fra maschile e femminile genera solo altro squilibrio fino a che non si esce dal circolo vizioso e si prende la propria vita in mano.
Indipendentemente da tutto solo la rottura degli schemi di riferimento disfunzionali possono risolvere la questione, allora e solo allora sarà possibile ricostruire dentro di noi dei modelli sani e staccarci dall’ipnosi che ci conduce alla ripetizione infinita nella nostra vita stessa di quei paradigmi che non vogliamo più.
Secondo la mia esperienza non è sufficiente infatti la semplice osservazione delle dinamiche, seppur col dovuto distacco emotivo, è necessario riscrivere l’intera storia, solo allora saremo liberi, liberi di poterci esprimere, liberi dall’irretimento del nostro albero genealogico, liberi di vivere davvero la nostra vita.
Lo so bene perché io stessa sono stata una bambina con un padre dolorosamente assente!

La comunicazione efficace

di Daniele Belgrado

Ognuno di noi trascorre la maggior parte del suo tempo a comunicare.
Noi non ce ne accorgiamo ma siamo sempre in comunicazione con qualcuno: comunichiamo con le altre persone, comunichiamo con gli animali e comunichiamo con noi stessi.
Credo che per ognuno di noi sia abbastanza consapevole di questo, ma quello che forse molti non sanno è che gran parte della comunicazione è inconscia, cioè avviene senza che noi ce ne accorgiamo.
Qualcuno ha sentito parlare di linguaggio del corpo, dell’importanza dei gesti che noi facciamo, della postura del nostro corpo, dello sguardo, del sorriso e delle smorfie del nostro viso.
Ma vi siete mai chiesti da dove nasce questa forma di comunicazione inconscia?
La comunicazione nasce da un’esigenza, da un pensiero che può essere conscio o inconscio.
Noi siamo mossi per il 90% dal pensiero inconscio e per il 10% dal pensiero conscio.
Senza pensiero inconscio non potremmo vivere: esso genera il movimento dei nostri muscoli involontari e controlla il funzionamento dei nostri organi che ci consentono di vivere.
Il nostro pensiero inconscio genera quegli automatismi che ci consentono di fare più cose nello stesso tempo: guidiamo l’automobile e contemporaneamente parliamo, ascoltiamo, pensiamo, respiriamo…
Il nostro pensiero inconscio si manifesta nella nostra gestualità, nella respirazione, nel tono della voce, nello sguardo.
Gli animali comunicano?
Certo che comunicano e l’uomo fa parte del regno animale.
La comunicazione tra due animali è fatta di segnali naturali e artificiali.
Noi esseri umani comunichiamo anche con il linguaggio: secondo voi quanto contano le parole nella comunicazione?
Contano molto o poco?
Pensateci un po’: più o meno del 50%?
Da studi effettuati pare che nella comunicazione il valore delle parole possa essere anche inferiore al 10%.
Sembra incredibile vero?
Le sole parole se non sono accompagnate da un tono di voce adeguato e da una gestualità congrua con le parole sono scarsamente efficaci e potrebbero essere fraintese.
Nella comunicazione il tono della voce e la gestualità contano più del 90%.
La comunicazione perfetta tra due persone si ha quando parole, tonalità e gestualità sono congruenti.
Difficilmente siamo consapevoli di cosa esprime il nostro corpo mentre parliamo.
Difficilmente siamo capaci di interpretare i segnali non verbali che ci manda il nostro interlocutore.
Pensate a come potreste aumentare l’efficacia della vostra comunicazione se poteste capire il suo stato d’animo e la sua accettazione o meno di ciò che dite da un suo piccolo gesto o da una leggera espressione del suo viso.
Pensate che cosa accadrebbe se poteste riconoscere la sincerità del vostro interlocutore.
Anche l’ambiente in cui comunichiamo è importante: pensate che ci possa essere differenza tra una dichiarazione d’amore fatta a Firenze al Piazzale Michelangelo e una dichiarazione fatta sull’autobus in un’ora di punta?
Possiamo dire che in alcuni casi l’ambiente sporca la comunicazione così come un rumore sulla linea telefonica può disturbare una telefonata.
Gli esseri umani si distinguono dagli altri animali per la loro capacità di alterare l’ambiente, così nella preparazione di un incontro importante modifichiamo l’ambiente mettendo dei fiori, usando luci particolari, preparando una colonna musicale appropriata.
La manipolazione dell’ambiente può avvenire in base a regole precise che lo rendono più o meno efficace in una comunicazione.
Possiamo dire quindi che l’ambiente influenza notevolmente la comunicazione e manipola gli stati d’animo del trasmittente e del ricevente.
Un aspetto fondamentale della comunicazione è la modalità: noi entriamo in contatto con il mondo esterno tramite i nostri cinque sensi e ognuno di noi predilige un senso rispetto agli altri sensi.
Sapete quale senso predilige il vostro partner? vostro figlio? il vostro collega? ogni vostro cliente?
Se voi comunicate usando elementi della modalità preferita dal vostro interlocutore la vostra comunicazione aumenterà la sua efficacia.
Noi utilizziamo tutte le modalità ma per ognuno di noi ce n’è una che prevale sulle altre.
Se vogliamo comunicare in modo efficace con una persona può essere molto utile conoscere qual è la sua modalità preferita.
Spesso i litigi nascono o si sviluppano non tanto su questioni di merito ma sul modo in cui un concetto viene espresso.
Ogni persona predilige un canale di comunicazione e può trovare disagio quando un’altra persona utilizza un canale diverso.
Attraverso uno o più canali noi percepiamo la realtà esterna e la filtriamo, costruiamo una nostra immagine interna, che non è la realtà esterna ma una sua interpretazione.
Forse avete già sentito l’espressione “la mappa non è il territorio”: nessuno di noi conosce la realtà oggettiva, ognuno ha una rappresentazione interna che è la sua personale interpretazione (la mappa).
Se ognuno ha una sua rappresentazione della realtà esterna noi non possiamo dire che la nostra rappresentazione della realtà è quella giusta, dobbiamo rispettare le rappresentazioni fatte dalle altre persone e questa consapevolezza ci apre la strada ad un maggiore rispetto delle opinioni altrui.
Ognuno di noi ha un suo modo di percepire la realtà come se indossasse sempre un paio di lenti attraverso le quali vedere il mondo.
Se vogliamo comunicare in modo efficace dobbiamo conoscere la mappa del nostro interlocutore.
Molte persone credono che comunicare sia tempestare la persona che abbiamo davanti di parole e di gesti che mostrino capacità e conoscenza in qualche campo.
Al contrario comunicare è soprattutto saper ascoltare.
Solo l’ascolto ci permette di conoscere la mappa del mondo del nostro interlocutore.
Ricordatevi che comunicare significa ascoltare e rispettare.
La buona notizia è che tutti noi possiamo imparare a comunicare e ad ascoltare in modo efficace.